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SIC Book Review Edizione 2026 – Gennaio – Say what you mean – A cura di Vincenzo Mosca

Say what you mean: a mindful approach to nonviolent communication, di Oren Jay Sofer
A cura di Vincenzo Mosca

In un’epoca che reclama costantemente la nostra attenzione, comunichiamo sempre più spesso in modo distratto e superficiale, senza renderci conto di quanto le parole plasmino le nostre vite e relazioni. Eppure, come afferma Sofer, “quello che diciamo conta, forse ora più che mai“.

La realtà quotidiana è costellata di esempi di pessima comunicazione: dai toni aggressivi dei social media alle dinamiche in cui le parole diventano armi per sminuire e attaccare. Questo non accade per nostra volontà, ma è il frutto di ciò che abbiamo imparato crescendo: che esistono vincitori e vinti, che mostrare vulnerabilità è sintomo di debolezza. Per nascondere ansia e paura attiviamo una comunicazione volta a dimostrare forza, lasciando indietro empatia e interconnessione.

La comunicazione, come possiamo quindi intuire, non è solo scambio di informazioni, ma il tessuto vivo delle nostre relazioni e, in fondo, della società che costruiamo ogni giorno.

Un metodo in tre fasi

Fortunatamente, possiamo cambiare e useremo alcune citazioni dell’autore per fissare meglio alcuni concetti.

Sofer unisce i precetti della mindfulness buddista Theravada, la comunicazione nonviolenta di Marshall Rosenberg e la teoria dell’esperienza somatica di Peter Levine, delineando un percorso articolato in tre fasi fondamentali: presenza, intenzione e attenzione.

I cambiamenti nella comunicazione non avvengono dall’oggi al domani. Ci è voluto tempo per imparare le abitudini che abbiamo. Ci vorrà tempo per disimpararle e diventare esperti in qualcosa di nuovo.

Il processo richiede pratica e pazienza, ma il risultato è prezioso.

1. Condurre con presenza

Essere presenti durante un dialogo è più complesso di quanto sembri. Appena iniziamo a parlare, o mentre gli altri parlano, la nostra mente vaga. Questa assenza influenza tono di voce, velocità e focus della conversazione.

Per aumentare la consapevolezza, l’autore propone quattro esercizi pratici da sperimentare:

Trovare la gravità: cogliere il senso di peso del corpo a riposo

La linea centrale: immaginare una linea ideale al centro del corpo

Il respiro: concentrarsi sul ritmo della respirazione

I punti di contatto: percepire le sensazioni in mani o piedi

Possiamo evitare molte delle difficoltà che abbiamo nel dialogo semplicemente rallentando ed essendo più presenti.

Iniziate praticando da soli, magari in fila al supermercato, poi durante conversazioni semplici. A mano a mano, emergeranno punti di scelta consapevoli: momenti in cui deciderete se parlare o lasciare spazio all’interlocutore.

Cruciale è anche l’uso delle pause. La comunicazione non è solo parole, ma anche silenzi. “Ogni conversazione richiede silenzio. Senza di esso non possiamo ascoltare e non avviene alcuna vera comunicazione.” Quando chiedete una pausa, mostrate sempre la volontà di riprendere: “Non sono sicuro, lascia che ci pensi un minuto” oppure “Mi piacerebbe continuare, ma ora mi sento sopraffatto; ti andrebbe di riparlarne tra un po’?”

2. Essere spinti da curiosità e interesse

Presenza e consapevolezza non bastano. Serve la giusta intenzione: interesse, curiosità e attenzione sinceri verso l’altro. L’intenzione dà forma non solo a ciò che diciamo, ma anche a come lo diciamo.

La mancanza di vera intenzione attiva il pilota automatico e ci porta al “gioco delle colpe”: quel meccanismo in cui giudizio e difensiva prendono il sopravvento. Lo portiamo con noi dall’infanzia, quando ci hanno insegnato insegnarono a vedere il mondo diviso in vinti e vincitori. Rispondiamo ai conflitti evitandoli, confrontandoci in modo competitivo, rimanendo passivi o con comportamenti passivo-aggressivi. Tutte pratiche sbagliate.

Il modo migliore per combattere i conflitti è avere come intenzione di base l’effettivo interesse per l’altra persona. Quando l’interesse è genuino, traspare e crea comprensione reciproca, ponendo le basi per soluzioni creative.

L’interesse genuino trova il punto di contatto universale: i bisogni. Dietro ogni azione umana si nasconde un bisogno da soddisfare. Riconoscerlo facilita l’incontro con gli altri e può fare miracoli. Lo dimostra la storia di Daryl Davis, musicista di colore che è riuscito a far uscire dal Ku Klux Klan diversi membri grazie al solo potere del dialogo. Davis intervistò alcuni affiliati ascoltando con genuino interesse. Inizialmente non gli chiedevano mai opinioni, ma dopo diverse sedute, grazie alla connessione personale creata, molti si ricredettero e abbandonarono il gruppo.

L’interesse genuino si manifesta attraverso l’ascolto, che richiede di lasciar andare l’egocentrismo per fare spazio dentro di noi a ciò che l’altro comunica. Per mantenere viva la connessione:, ricapitolate i concetti espressi, fate cenni di assenso, dimostrate che state ascoltando.

Parte fondamentale dell’ascolto interessato e curioso è l’empatia, ossia la capacità insita nell’uomo di percepire o comprendere a fondo il punto di vista altrui. L’empatia è una capacità di base dell’uomo e permette di sentire con gli altri, e si compone di tre dimensioni:

  • la dimensione cognitiva, che aiuta a vedere la prospettiva dell’altro;
  • la dimensione affettiva, che ci fa sentire con l’altro;
  • la dimensione somatica, che ci fa provare a livello fisico quel che prova l’altro.

Nonostante l’empatia sia una capacità innata degli uomini, non sempre è facile metterla in pratica, perché sin da piccoli ci insegnano che cavarsela da soli ed essere i più forti sono qualità delle persone vincenti nella società. Per provare a inserire vera empatia nella propria comunicazione si possono provare tre modalità:

  • presenza empatica silenziosa: provare ad ascoltare l’altro con tutto il cuore e cercare di capire che cosa provi;
  • parafrasare: riassumere il senso di quel che l’interlocutore ci sta dicendo;
  • riflessione empatica: ripetere i punti salienti e importanti per l’altro.

3. Concentrarsi su ciò che conta

Il terzo elemento è mantenere l’attenzione sui concetti importanti. Quando comunichiamo, gli elementi sono tanti e perdere la direzione è facile.

Partite sempre dalla consapevolezza dei bisogni comuni che ci uniscono. Un esercizio utile: analizzate un evento recente insoddisfacente, identificate le emozioni collegate e il vero bisogno sottostante, poi guardate quel bisogno da una prospettiva universale. Questo esercizio, ripetuto costantemente, è incredibilmente potente: riconoscere e descrivere i nostri bisogni ci aiuta a esprimerli meglio e riconoscerli negli altri, sviluppando empatia.

Comprendere ciò che importa significa anche gestire le emozioni correttamente. Invece di vederle come segnali di qualcosa che funziona o no, ci hanno insegnato a sopprimerle. Ma senza le emozioni, la comunicazione si sbilancia. Esprimendo direttamente come ci sentiamo, ce ne prendiamo la responsabilità ed evitiamo il gioco delle colpe.

Attenzione a un aspetto cruciale: quando esprimete emozioni e bisogni, lasciate fuori interpretazioni e giudizi. Il giudizio provoca automaticamente una reazione difensiva che rende impossibile la conversazione costruttiva.

La danza del dialogo

Il dialogo è molto simile alla danza. Ci vuole tempo per imparare le basi, ma quando conversiamo senza problemi con qualcun altro, può essere magico.

Come si svolge una buona conversazione? L’inizio è importante: date un’idea generale di ciò che vorreste discutere e chiedete se è un buon momento. Sottolineate i vantaggi reciproci del dialogo.

Durante la conversazione, praticate il “tracking” (monitoraggio): quale tipo di conversazione state avendo? Chi ha la parola? A che punto siete nell’argomento? Mantenetevi concisi, evitando i discorsi a fiume.

Prima di passare alla risoluzione del problema, assicuratevi di aver raggiunto la comprensione reciproca chiedendovi: ho tutte le informazioni necessarie? Tutte le parti si sentono ascoltate? È il momento giusto per trovare una soluzione? Se sì, maggiore sarà la connessione instaurata, più facile sarà trovare una soluzione soddisfacente per tutti.

Affrontare discussioni difficili

Per le conversazioni complesse, la preparazione è cruciale. Tre step: nutrirsi di empatia, capire cosa è in gioco identificando bisogni importanti, umanizzare l’altra persona mettendosi nei suoi panni.

Durante il dialogo difficile, fate attenzione ai segnali di inquietudine del corpo e controllateli con respiro, pause e pensieri positivi. Lentezza e calma trasmettono sicurezza e interesse genuino.

Lo scopo è muoversi insieme verso una comprensione reciproca. Non sempre è possibile in una sola conversazione: non esitate a chiedere di continuare in un altro momento. E se il dialogo si è chiuso male, ricordate che raramente è troppo tardi: è quasi sempre possibile riprovare a trovare una soluzione attraverso un dialogo consapevole, presente e basato sulle giuste intenzioni.

Conclusioni

La comunicazione consapevole può trasformare relazioni e società. Con tempo, pratica e pazienza, possiamo disimparare vecchie abitudini e creare connessioni profonde che ci uniscono anche nei conflitti. “Say what you mean”, in definitiva, non promette formule magiche, ma propone un allenamento quotidiano alla consapevolezza relazionale. In un’epoca di reazioni impulsive e conflitti urlati, Sofer ci invita a qualcosa di radicale: parlare dal cuore e ascoltare con il cuore. Un gesto semplice, ma capace di cambiare — una conversazione alla volta — il mondo che abitiamo.

Vincenzo Mosca, attualmente PM in ambito infrastrutturale IT presso un’importante realtà assicurativa a livello internazionale, ha lavorato come PM/PMO in una società di consulenza per circa 10 anni occupandosi principalmente di antiriciclaggio, Budget & Reporting, BPR & Organization. Socio e volontario del PMI-SIC dal 2022; dal 2025 Responsabile del Comitato Editoriale del Chapter.

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