Abbondanza. Il futuro è migliore di quanto pensiate, di Peter H. Diamandis e Steven Kotler
A cura di Paola Mosca
Ho scelto questo libro da recensire ispirata dal titolo profondamente ottimista. Solo dopo averlo acquistato mi sono resa conto che è stato pubblicato nel 2012, quindi il futuro cui si riferiscono gli autori è già passato da un pezzo; nonostante ciò, ho deciso di leggerlo, anzi mi incuriosiva la prospettiva “Back to the future” nella quale mi stavo immergendo.
L’idea centrale del libro è che viviamo in un’epoca di abbondanza potenziale, in cui la sfida non è più la mancanza di risorse, ma la loro distribuzione equa e intelligente. Ispirandosi a Maslow, gli autori organizzano la loro visione in una piramide a tre livelli, che rappresenta la gerarchia dei bisogni dell’umanità nel cammino verso un futuro prospero.
- Alla base si trovano i bisogni fondamentali: acqua, cibo e riparo. Senza questi elementi, non esiste alcuna possibilità di sviluppo.
- Nel livello intermedio si collocano i catalizzatori di crescita, cioè l’accesso all’energia, all’istruzione e alle reti di comunicazione e informazione. Sono le leve che consentono ai popoli di emanciparsi dalla povertà.
- Al vertice ci sono libertà e salute, che rappresentano la piena realizzazione dell’essere umano.
L’obiettivo dell’“abbondanza” è dunque quello di far salire tutta l’umanità lungo questa piramide, liberandola dai vincoli della sopravvivenza per raggiungere una condizione di benessere diffuso.
Il testo è scritto per aiutare i lettori ad avere una visione di insieme, a fare in modo che sempre più persone siano convinte che si possa vivere nell’abbondanza, soprattutto per vincere l’incapacità delle persone di intravedere correnti positive in un mare di brutte notizie: questo blocco psicologico potrebbe essere il maggiore ostacolo da superare.
Nel quarto capitolo, gli autori partono da un concetto di psicologia evolutiva: per milioni di anni l’essere umano ha vissuto in un ambiente ostile, dove la sopravvivenza dipendeva dalla capacità di reagire rapidamente ai pericoli.
Questo ha reso il nostro cervello biologicamente predisposto al pessimismo.
In altre parole, siamo programmati per notare ciò che non funziona, per anticipare le minacce, per preoccuparci in quanto, in passato, chi si preoccupava sopravviveva.
Oggi, però, questa struttura mentale entra in conflitto con la realtà moderna: viviamo in un mondo immensamente più sicuro, ma il nostro cervello continua a funzionare come se fossimo nella savana preistorica.
Diamandis e Kotler spiegano che questo meccanismo naturale viene amplificato dai media, che sfruttano il nostro “negativity bias”: la tendenza a dare più attenzione alle notizie negative che a quelle positive.
Le guerre, le crisi, i disastri naturali fanno audience mentre i progressi lenti e positivi come l’aumento dell’aspettativa di vita o la riduzione della povertà, riscuotono meno attenzione.
Il risultato è che la nostra percezione del mondo è distorta: crediamo che tutto stia peggiorando, quando in realtà molti indicatori oggettivi mostrano miglioramenti storici.
Nel capitolo vengono citati diversi dati e grafici (aggiornati all’epoca, cioè al 2012) che mostrano come:
- la povertà estrema si sia ridotta drasticamente;
- la mortalità infantile sia in calo costante;
- l’accesso all’istruzione e all’acqua potabile sia in crescita globale.
Eppure, la maggioranza delle persone crede che il mondo stia “andando a rotoli”.
Questo perché le percezioni si aggiornano più lentamente dei fatti: la mente umana e la cultura collettiva tendono a restare ancorate alla paura, anche quando i dati dicono il contrario.
In sostanza anche se i dati mostrano un mondo in costante miglioramento, le persone continuano a credere di vivere in un’epoca di crisi e declino.
Il messaggio finale del capitolo è che per costruire davvero un futuro di abbondanza dobbiamo liberarci dalla mentalità della scarsità.
Significa smettere di pensare in termini di “ciò che manca” e iniziare a ragionare in termini di “ciò che è possibile”.
Secondo gli autori, la visione ottimistica non è ingenuità, ma una scelta strategica: è il modo per vedere opportunità dove altri vedono solo problemi.
Il capitolo quattro è un punto di svolta nel libro: spiega perché l’umanità fatica ad accettare l’idea di abbondanza e pertanto vi invito a leggerlo e rileggerlo come ho fatto io, perchè vi arricchirà e vi farà porre tante domande stimolanti.
Non è solo una questione di economia o tecnologia, ma di percezione mentale.
Diamandis e Kotler invitano il lettore a “riprogrammare” la propria visione del mondo, imparando a riconoscere i progressi e a guardare il futuro con fiducia, senza però negare le difficoltà.
Un altro dei capitoli più significativi del libro, il nono, affronta il tema della fame nel mondo e presenta le tecniche di coltivazione idroponica e acquaponica, che permettono di produrre cibo con un uso minimo di acqua e senza suolo.
A distanza di più di dieci anni, queste idee si sono concretizzate: oggi serre verticali e sistemi idroponici esistono in molte metropoli del mondo. Tuttavia, la fame globale non è stata sconfitta. Guerre, crisi climatiche e disuguaglianze economiche mostrano che la tecnologia è necessaria, ma non sufficiente. Questo rende il libro al tempo stesso profetico ma anche a mio parere un po’ troppo ingenuamente ottimista.
Il testo è ricco di esempi. Tra tutti, mi ha particolarmente colpito il progetto OPL (One Planet Living) di Masdar City ad Abu Dhabi come esempio concreto di come la tecnologia e la visione sostenibile possano trasformare il concetto di scarsità. Masdar nasce con l’ambizione di diventare la prima città a impatto zero: energia interamente rinnovabile, trasporti elettrici, edifici a basso consumo e una comunità costruita sui principi di equilibrio tra sviluppo e ambiente. A distanza di anni, parte di questa visione si è realizzata: Masdar è oggi un centro attivo per startup, ricerca e innovazione green, anche se in scala ridotta rispetto al progetto originario. Alcuni obiettivi come l’autosufficienza totale o la popolazione residente prevista sono stati rivisti, ma la città resta un laboratorio reale di sostenibilità.
Il motivo per cui mi ha particolarmente attratto è legato alla scoperta, che avevo fatto qualche tempo addietro, relativa ad un progetto ancora più ambizioso, NEOM. Un progetto che oggi incarna una visione analoga, ma su scala molto più ampia, la mega-città futuristica in costruzione nel nord-ovest dell’Arabia Saudita. Anche NEOM promette un modello di vita post-carbonio, alimentato da energie rinnovabili, con infrastrutture intelligenti e urbanistica verticale (come nel caso della città lineare The Line). Tuttavia, a differenza di Masdar, NEOM si trova ancora in una fase iniziale: nel 2025 sono stati completati i lavori di fondazione per alcuni moduli della Line, mentre i primi edifici dovrebbero essere pronti solo verso il 2030. Inoltre, le dimensioni e i costi enormi del progetto hanno portato a ridimensionare gli obiettivi originali: da 170 a pochi chilometri realizzati entro la prima fase, e da milioni a poche centinaia di migliaia di abitanti previsti nel prossimo decennio.
Il confronto tra Masdar e NEOM mostra come l’ottimismo tecnologico descritto in Abbondanza si scontri spesso con la complessità del mondo reale. Entrambi i progetti rappresentano tentativi ambiziosi di costruire un futuro di prosperità sostenibile, ma rivelano anche che la transizione verso l’abbondanza richiede non solo innovazione e capitale, bensì tempo, adattamento e una visione pragmatica. In questo senso, Masdar City rimane un esempio “tangibile” di ciò che è possibile oggi, mentre NEOM rappresenta una sfida ancora aperta sul domani.
Va detto che Abbondanza non è solo un saggio di divulgazione tecnologica: è una traduzione in forma narrativa e ispirazionaledella visione della Singularity University, fondata proprio da Peter H. Diamandis (coautore del libro) insieme a Ray Kurzweil, uno dei principali teorici della “singolarità tecnologica”. La Singularity University (SU) è stata fondata nel 2008 all’interno del NASA Research Park, in California, con l’obiettivo di formare leader, imprenditori e innovatori capaci di usare le tecnologie esponenziali per affrontare le grandi sfide dell’umanità (le cosiddette Global Grand Challenges).
Diamandis e Kurzweil immaginavano un’università non tradizionale, dove si studiano tecnologie emergenti (AI, robotica, biotecnologie, nanotecnologie, energia, ecc.) non per pura ricerca accademica, ma per generare soluzioni pratiche a problemi globali come povertà, fame, salute e ambiente.
Il libro Abbondanza nasce proprio dentro questo contesto: ne rappresenta la “voce divulgativa”, rivolta non solo a chi lavora nell’innovazione, ma a chiunque voglia comprendere come la tecnologia possa migliorare il mondo. La Singularity University organizza la sua missione attorno a 12 grandi sfide globali (Global Grand Challenges), tra cui:
- acqua,
- cibo,
- energia,
- salute,
- istruzione,
- ambiente,
- sicurezza,
- prosperità, ecc.
Abbondanza riprende esattamente questi ambiti: ogni capitolo esplora uno o più di questi temi mostrando come le innovazioni esponenziali possono affrontarli.
In questo senso, il libro è quasi una trasposizione letteraria del curriculum di SU: scienza, tecnologia, ma con una forte dimensione umanistica e ispirazionale.
Sia la Singularity University che Abbondanza condividono lo stesso obiettivo educativo: cambiare il modo in cui pensiamo al futuro.
Mentre molte istituzioni si concentrano sui limiti (crisi energetica, scarsità di risorse, collasso ambientale), SU e il libro invitano a un “mindset dell’abbondanza”, basato su tre principi:
- Le risorse non sono finite: con la tecnologia, possiamo crearne di nuove o usarle meglio.
- L’innovazione è esponenziale: ciò che oggi sembra impossibile domani può essere accessibile a tutti.
- La collaborazione globale è più potente della competizione: milioni di persone connesse possono risolvere problemi che un tempo erano appannaggio dei governi.
Alla fine del libro c’è un paragrafo molto interessante e che mi era piaciuto davvero molto: gli autori dichiaravano che ad un certo punto avevano dovuto decidere di pubblicare, ben consci che il progresso non si sarebbe fermato, pertanto invitavano i lettori a collegarsi al sito AbundanceHub.com mostrando come il progetto Abbondanza non fosse solo un libro, ma anche un ecosistema formativo e comunitario collegato alla Singularity University e al movimento più ampio dell’“Abundance thinking”.
In origine (intorno al 2013–2016) AbundanceHub.com era una un’area dove i lettori potevano trovare approfondimenti e aggiornamenti sui temi del libro e nuovi casi studio di innovazioni esponenziali.
Vi confesso che mi sono collegata piena di entusiasmo e aspettative… purtroppo ho potuto solo appurare che oggi (nel 2025), il sito è stato integrato nel network commerciale di Diamandis, e l’accesso ai contenuti più avanzati o ai corsi online è a pagamento o riservato agli iscritti ai programmi di formazione, spesso collegati alla Singularity University o alla Abundance360 Community (un club esclusivo di imprenditori e innovatori).
Il mio intento è di incuriosirvi e penso che Abbondanza, riletto oggi, conservi una grande forza ispiratrice, ma rivela anche i segni del tempo. Possiamo affermare che alcune previsioni si sono in parte avverate:
- l’energia solare è oggi una delle fonti più economiche al mondo;
- la stampa 3D è entrata in ambiti come medicina e costruzioni;
- l’intelligenza artificiale è diventata parte della vita quotidiana.
Altre promesse, però, si sono dimostrate troppo ottimistiche: la povertà globale e la fame persistono, le disuguaglianze digitali si sono accentuate e la libertà individuale è spesso minacciata da nuovi rischi legati proprio alla tecnologia (sorveglianza, manipolazione delle informazioni, perdita di privacy).
In questo senso è un libro parzialmente obsoleto, ma utile per comprendere l’entusiasmo con cui, all’inizio degli anni 2010, si guardava alla tecnologia come soluzione universale. Resta dunque una lettura importante per chi vuole riflettere sul rapporto tra tecnologia e progresso umano. Pur scritto in un’epoca di fiducia quasi illimitata nell’innovazione, oggi lo si può interpretare come un invito a un ottimismo consapevole: credere nella capacità dell’uomo di innovare, ma senza dimenticare che il vero progresso si misura non solo nei dati e nei dispositivi, ma nel benessere reale delle persone.

Paola Mosca, laureata in Fisica nel 1980, ha iniziato la sua carriera in Olivetti nel campo dell’automazione industriale, continuando in varie importanti aziende nel campo delle telecomunicazioni maturando negli anni sempre maggiore interesse ed esperienza nel campo della gestione di progetti nazionali ed internazionali. Tra i suoi interessi principali, la valorizzazione delle competenze delle risorse umane, il “coaching”, il “reverse mentoring”, la multiculturalità e “power skill” nelle varie declinazioni e sfumature. Ha conseguito la certificazione PMP, Project Manager Professional, del PMI Project Management Institute. Ha contribuito alla fondazione del PMI Southern Italy Chapter e oggi con passione ed entusiasmo ne ricopre il ruolo di Past President, occupandosi della diffusione delle competenze di gestione dei progetti attraverso docenze nelle scuole secondarie e nelle università e partecipando ad eventi e congressi in Italia e all’estero.






