Dare i numeri – Dieci regole per capire come interpretare i dati, di Tim Harford
A cura di Marco Alfarano
Qualche settimana prima di candidarmi per recensire questo libro, il mio capo mi aveva affidato un compito delicato: costruire un modello di stima basato su dati storici per un progetto importante e complesso, un lavoro che si sarebbe protratto per mesi, con il coinvolgimento di tutto il team e con il rischio di continui cambi di rotta per via di nuovi dettagli che avrebbero potuto ribaltare le ipotesi di partenza.
Quando ho visto questo libro tra quelli proposti per la recensione, l’ho subito capito che avrebbe fatto al caso mio, che sarebbe stata una risorsa preziosa, che avrebbe potuto costituire quella bussola che cercavo.
“Dare i numeri” si articola in dieci capitoli, ognuno dedicato a un principio per capire come leggere dati e statistiche senza farsi abbindolare dalle apparenze. Harford scrive in modo semplice e con un tocco di ironia, infilando esempi concreti e familiari anche a chi non è un esperto di statistica.
Il libro ti spinge a non accettare nulla passivamente, ma a mettere in discussione i dati, capire cosa c’è dietro a ogni numero, e perché certi numeri spesso possono portare a interpretazioni opposte o ingannevoli; è un testo a tratti spassoso, che modella il pensiero del lettore mediante episodi calzanti, tipo questa storia, tra le più curiose: c’è uno studio che afferma e “dimostra” che ascoltare “When I’m Sixty-Four” dei Beatles fa ringiovanire di 18 mesi. I risultati non fanno una grinza, la correlazione è innegabile! Ovviamente non è vero, ma i ricercatori hanno oculatamente preso un set limitato di dati, li hanno analizzati in modi diversi e “magicamente” hanno trovato questa “verità”. La lezione? Se prendi un insieme di dati piccolissimo e giochi con le variabili, puoi far emergere qualsiasi risultato.
Oppure pensate allo studio sugli effetti dei videogiochi violenti. Se chiedi ai giovani, puoi avere un certo risultato; se chiedi ai genitori, uno diverso. Se misuri il tempo di uso o il comportamento reale, cambia ancora. I numeri da soli non basta interpretarli: servono contesto e attenzione.
Un altro caso lampante riguarda la lista di aziende “da copertina”: spesso lodate come modelli, ma che dopo poco sono finite in crisi. Perché? Perché si guarda solo a chi ha avuto successo, ignorando tutti gli altri casi che sono andati male. Questa trappola si chiama bias di sopravvivenza ed è un pericolo costante per chi vuole basare le decisioni solo sui numeri.
Infine, la mucca Gullros usata per investire in finanza in modo alquanto bizzarro: la mucca fa semplicemente i suoi “bisogni” sui nomi delle aziende disegnati a terra… ebbene: ottiene risultati simili a investitori esperti. Un esempio divertente, ma che fa riflettere: quante volte pensiamo di prendere decisioni basate su correlazioni statistiche, senza spirito davvero critico, quando invece si tratta più di casualità e fiducia nelle nostre convinzioni o dei nostri obiettivi?
Quando il capo mi ha chiesto di creare quel modello, ho capito subito che dovevo evitare due trappole: semplificare troppo rendendo il modello inutile o complicarlo talmente tanto da non farlo usare più da nessuno. E proprio mentre vi scrivo, penso e ripenso a quando Harford parla del “giardino dei sentieri che si biforcano”: è facile scegliere solo il percorso che conferma quello che vogliamo vedere.
Il rischio più classico? Usare per stimare i tempi solo i dati di progetti andati bene. Il modello sembrerà perfetto, ma non lo è: non tiene conto di errori, imprevisti e situazioni critiche. Per costruire un modello valido bisogna immergersi nelle condizioni di raccolta dei dati, capire chi è stato incluso e chi no, e riconoscere le distorsioni che possono esserci. Eccovi i cinque (dei dieci) principi che mi hanno restituito i maggiori spunti di riflessione:
Fermati e ascolta la tua reazione: prima di accettare o respingere una statistica, rifletti su come ti fa sentire: le emozioni influenzano la nostra capacità di giudizio.
Guarda sia dall’alto che dal basso: combina la visione generale (“dall’alto”, statistica) con quella delle esperienze personali (“dal basso”) per comprendere realmente i dati.
Cerca chi manca nei dati: pensa a chi o a cosa non è rappresentato: le assenze possono cambiare completamente il senso di una statistica.
Vai oltre la grafica: non farti trarre in inganno da un grafico ben fatto: bada a cosa rappresenta davvero.
Mantieni la mente aperta e cerca i tuoi errori: sii pronto a riconoscere, ammettere e correggere i tuoi pregiudizi o errori; la curiosità resta la regola aurea per capire davvero i numeri.
Emerge, ma ce lo aspettavamo, quale sia l’atteggiamento giusto: serve un sano dubbio, curiosità e la voglia di mettersi in discussione. Serve chiedersi sempre come sono stati raccolti i dati e quali bias o pregiudizi nascosti possono esserci. Questo fa la differenza tra una buona e una pessima decisione.
Questi principi valgono anche fuori dall’azienda: in politica, propaganda e pubblicità, i dati spesso vengono usati per persuadere, a volte raccontando solo parte della verità: non ci stupiamo ormai più che gruppi politici selezionino le statistiche a conferma delle loro idee e nascondano il resto, creando messaggi potenti ma spesso parziali. La pubblicità sa come usare (e talvolta forzare) i numeri per convincere: trasforma dati selezionati in apparenti trionfi, facendo passare per successi eccezionali quelli che sono semplicemente risultati scelti ad hoc. Se capisci come chi ti vuole convincere seleziona ed usa i dati, hai un grande vantaggio: sai guardare oltre, ti accorgi delle trappole e scegli con maggiore consapevolezza.
Il mio consiglio per accostarsi a questo testo è il seguente: “Dare i numeri” non è un libro da divorare in poche sere. Leggilo con calma, lasciando sedimentare ogni capitolo; ti torneranno in mente episodi passati in cui, se avessi avuto questo modo di vedere, avresti potuto fare scelte diverse. Non avrai solo rimpianti, ma un reale cambiamento di approccio che ti aiuterà a lavorare meglio oggi.
I numeri non sono mai la verità assoluta. Sono storie potenti, ma da leggere con senso critico, mente aperta e un pizzico di leggerezza. Che tu sia un project manager, o anche un decision maker con onestà intellettuale, consapevolezza e competenza, questo è il libro giusto da tenere sulla scrivania. P.S: i mesi sono già diventati un anno, il progetto si è trasformato in un’attività di miglioramento continuo ed il libro, da bussola, si è trasformato in salvagente.

Marco Alfarano, laureato in ingegneria informatica con master in tecnologie del software, counselor ad approccio integrato. Si occupa da un anno di progetti di industrializzazione di prodotto nel settore difesa, dopo circa venti anni in multinazionale con mansioni di project manager e software architect, e sei anni come graphic designer. Certificato PMP® e PMI-ACP®, promotore in azienda delle metodologie Agile/Hybrid e volontario PMI-SIC dal 2020.






