Tu sei qui:

SIC Book Review Edizione 2026 – Agosto – Come sono fatte le emozioni – A cura di Giacomo Franco

Come sono fatte le emozioni. La vita segreta del cervello, di Lisa Feldman Barrett
A cura di Giacomo Franco

La tesi centrale è semplice ma potrebbe essere destabilizzante: il cervello non si limita a riconoscere emozioni già pronte. Le costruisce, usando previsioni, segnali corporei, esperienza passata e concetti appresi.

Un project manager entra in una riunione di avanzamento e vede il responsabile tecnico con le braccia conserte, lo sguardo basso e risposte brevi. È irritato? Demotivato? Sulla difensiva? Dopo aver letto Come sono fatte le emozioni”, la risposta più onesta è: non lo sappiamo ancora. Il fatto che ci sembri di saperlo dice molto sul funzionamento del nostro cervello, ma non ci offre necessariamente un accesso affidabile allo stato interiore dell’altra persona. Quella postura potrebbe accompagnare rabbia, concentrazione, stanchezza, freddo o semplice abitudine. Per attribuirle un significato servono il contesto, la storia dell’interazione e le parole della persona.
Il libro con cui la neuroscienziata e psicologa Lisa Feldman Barrett ha portato al grande pubblico la teoria delle emozioni costruite non è un manuale di management. Eppure, per chi coordina persone, prende decisioni sotto pressione e lavora in condizioni di incertezza, è una lettura sorprendentemente pertinente. La sua utilità non consiste nell’offrire una nuova tecnica motivazionale, ma nel mettere in discussione tre convinzioni diffuse: 1) che le emozioni abbiano firme universali, 2) che il volto riveli con precisione ciò che una persona prova e 3) che ragione ed emozione siano due forze separate in competizione per il controllo. Barrett propone, al contrario, una mente nella quale percezione, azione, regolazione corporea e costruzione di significato sono aspetti strettamente intrecciati.

La teoria: dalle emozioni universali agli eventi costruiti

Con le sue argomentazioni Barrett prende di mira quella che definisce la «visione classica» delle emozioni: l’idea secondo cui rabbia, paura, tristezza, disgusto e gioia sarebbero programmi biologici innati, ciascuno dotato di un circuito cerebrale, di una configurazione fisiologica e di un’espressione facciale caratteristica. In questa prospettiva, uno stimolo — per esempio una minaccia — attiverebbe automaticamente il programma appropriato, producendo una risposta emotiva riconoscibile nel volto, nel corpo e nell’attività cerebrale.
È una concezione intuitiva, profondamente radicata nel linguaggio quotidiano e resa familiare da film, manuali divulgativi e sistemi automatici di riconoscimento delle emozioni. Appare ampiamente diffusa anche nella cultura manageriale occidentale, nella quale volti, posture, toni di voce e comportamenti vengono spesso trattati come indicatori relativamente trasparenti degli stati interiori delle persone. Il suo fascino dipende dalla promessa di una corrispondenza stabile: a ogni emozione un’espressione riconoscibile, un insieme caratteristico di cambiamenti corporei e uno specifico schema di attività cerebrale.
Barrett passa criticamente in rassegna studi sul volto, sul sistema nervoso autonomo e sulle neuroimmagini per mostrare quanto sia difficile individuare queste presunte «impronte digitali» delle emozioni. Le persone possono provare paura senza spalancare gli occhi, rabbia senza aggrottare le sopracciglia e tristezza senza piangere; viceversa, gli stessi movimenti facciali possono comparire in condizioni molto diverse. Un volto accigliato, per esempio, può accompagnare rabbia, concentrazione, confusione, disagio o una reazione alla luce. Il significato non è contenuto automaticamente nel movimento dei muscoli facciali, ma dipende dalla situazione nella quale quel movimento si manifesta.
Anche le modificazioni corporee associate alle emozioni presentano una notevole variabilità. Battito cardiaco, respirazione, pressione arteriosa e conduttanza cutanea non formano configurazioni invarianti che permettano di identificare con certezza ciò che una persona sta provando. Episodi appartenenti alla stessa categoria emotiva possono essere accompagnati da risposte fisiologiche differenti; al contrario, configurazioni corporee simili possono comparire in emozioni diverse. Le revisioni della letteratura e le meta-analisi descrivono pertanto popolazioni di risposte parzialmente sovrapposte, non firme biologiche uniche e necessarie (Siegel et al., 2018; Barrett et al., 2019).
Una critica convergente alla visione classica si trova nel lavoro di Joseph LeDoux. Dopo aver contribuito in modo decisivo allo studio dei circuiti cerebrali coinvolti nelle risposte al pericolo, LeDoux ha contestato l’identificazione dell’amigdala con un presunto «centro della paura». I circuiti difensivi possono rilevare una minaccia, modificare lo stato dell’organismo e preparare comportamenti come fuga o immobilizzazione, ma la loro attivazione non coincide automaticamente con l’esperienza cosciente della paura. Quest’ultima emerge attraverso ulteriori processi che integrano la situazione, l’attivazione corporea, i ricordi e le aspettative della persona (LeDoux, 2016). La distinzione tra risposta difensiva ed esperienza emotiva rafforza quindi la cautela verso corrispondenze troppo semplici tra circuito, comportamento ed emozione, pur senza coincidere interamente con la teoria costruzionista di Barrett.
Barrett sviluppa questa critica alla ricerca di corrispondenze invarianti introducendo il concetto biologico di degenerazione. Il termine non indica un deterioramento, ma la possibilità che strutture o processi differenti producano risultati funzionalmente simili. In un sistema complesso, la medesima funzione può essere realizzata attraverso combinazioni diverse di elementi. Non esiste necessariamente un unico percorso obbligato né un meccanismo invariabile che debba attivarsi ogni volta nello stesso modo.
Applicata alle emozioni, questa idea mette in discussione la ricerca di una presunta «firma» universale della paura, della rabbia o della tristezza. Se tutti gli episodi di paura dipendessero da un’essenza biologica comune, dovremmo ritrovare in ciascuno di essi lo stesso circuito cerebrale, la medesima configurazione fisiologica e un comportamento caratteristico. Secondo Barrett, invece, episodi che chiamiamo con lo stesso nome possono essere costruiti attraverso configurazioni differenti di attività cerebrale, sensazioni corporee, percezioni, ricordi, concetti e possibilità d’azione.
La paura provata davanti a un animale potenzialmente pericoloso, per esempio, può comportare immobilità, accelerazione del battito e attenzione concentrata sulla via di fuga. Quella che precede un esame medico può manifestarsi come inquietudine, nausea, pensieri ricorrenti o bisogno di rassicurazione. La paura collegata a un rischio professionale può assumere ancora un’altra forma: difficoltà di concentrazione, prudenza eccessiva, irritabilità oppure ricerca insistente di informazioni. In alcuni casi si fugge; in altri ci si immobilizza, si pianifica, si chiede aiuto o persino si reagisce con aggressività.
Non è quindi necessario che tutti questi episodi condividano un identico schema fisiologico o comportamentale per essere riconosciuti come casi di paura. Ciò che li riunisce non è una proprietà nascosta e immutabile presente in ciascun episodio, ma il modo in cui configurazioni differenti vengono interpretate e rese significative in una determinata situazione. Attraverso i concetti appresi, il cervello può organizzare combinazioni variabili di segnali corporei, informazioni sensoriali, ricordi e possibilità d’azione come appartenenti alla stessa categoria emotiva.
La categoria «paura» possiede pertanto un’unità concettuale e funzionale, non necessariamente un’uniformità biologica. Comprende episodi differenti che, in contesti specifici, consentono alla persona di comprendere ciò che sta vivendo, comunicare la propria esperienza e preparare una risposta pertinente. La stessa parola può riunire casi biologicamente e comportamentalmente diversi perché, in quelle particolari circostanze, trattarli come casi della medesima categoria risulta utile per orientare l’azione.
La degenerazione aiuta così a spiegare come una categoria emotiva possa essere riconoscibile senza essere biologicamente identica in ogni sua manifestazione. Le emozioni somigliano meno a oggetti naturali dotati di confini rigidi e più a popolazioni di casi variabili, accomunati dal significato e dalla funzione che assumono nelle diverse situazioni. Questo non implica che le emozioni siano arbitrarie, immaginarie o puramente linguistiche. Esse coinvolgono realmente il corpo e il cervello, producono conseguenze concrete e influenzano le azioni; possono però essere realizzate mediante configurazioni differenti, a seconda dell’esperienza passata, delle condizioni corporee e del contesto presente.
Un esempio recente aiuta a comprendere quanto l’organizzazione dell’elaborazione neurale sia più complessa di quanto suggeriscano i modelli fondati su corrispondenze semplici e invariabili. I neuroni piramidali dell’area ippocampale CA3 sono le principali cellule eccitatorie di una regione dell’ippocampo coinvolta nella formazione e nel recupero dei ricordi e nella rappresentazione dello spazio. Si chiamano «piramidali» perché il loro corpo cellulare presenta una forma approssimativamente triangolare.

Questi neuroni ricevono e integrano informazioni provenienti da diverse parti del circuito ippocampale. Grazie anche alle numerose connessioni reciproche presenti nella rete CA3, contribuiscono ad associare elementi diversi di un’esperienza — per esempio un luogo, un oggetto, una ricompensa e il contesto nel quale sono stati incontrati — e a ricostruire rappresentazioni più complete a partire da informazioni parziali. Questa capacità viene indicata come completamento del pattern: alcuni indizi possono contribuire a riattivare una configurazione appresa più ampia. Non significa che un singolo neurone conservi un ricordo completo, ma che l’attività coordinata della rete partecipa alla formazione e al recupero delle rappresentazioni mnestiche.
Un recente studio condotto sui topi durante un compito di navigazione virtuale mostra che l’elaborazione delle informazioni può essere articolata persino all’interno del singolo neurone. Parti diverse dell’albero dendritico dei neuroni piramidali CA3 possono infatti operare come unità computazionali relativamente indipendenti, integrando in parallelo informazioni sullo spazio, sulla ricompensa e sul contesto. L’albero dendritico è l’insieme delle ramificazioni attraverso cui il neurone riceve segnali da altre cellule. Questi rami non funzionano soltanto come cavi passivi: possono combinare ed elaborare localmente informazioni differenti prima che il risultato contribuisca alla risposta complessiva del neurone.
Lo studio mostra inoltre che l’attività dei diversi rami dendritici può collegarsi o dissociarsi dinamicamente dall’attività del corpo cellulare in funzione delle condizioni comportamentali. Nell’albero dendritico possono coesistere rappresentazioni riferite al passato, alla situazione presente e a possibili stati futuri del percorso. Il neurone appare quindi non come un semplice punto di trasmissione, ma come un sistema articolato nel quale elaborazioni parallele possono essere coordinate in modo diverso secondo ciò che l’animale sta facendo (Noguchi et al., 2026).
Questi risultati non riguardano direttamente le emozioni, la degenerazione o il bilancio energetico e non possono pertanto essere considerati una conferma della teoria di Barrett. Lo studio è stato condotto su neuroni ippocampali di topi impegnati in un compito di navigazione e non esamina né la costruzione delle categorie emotive né la regolazione metabolica dell’organismo. Offre però un esempio significativo di quanto l’elaborazione neurale possa essere distribuita, flessibile e sensibile al contesto. Rende così meno plausibile una rappresentazione del cervello fondata su unità semplici e passive, rigidamente associate a una sola funzione, e mostra la necessità di usare cautela quando si cercano corrispondenze troppo lineari tra singoli meccanismi biologici ed esperienze psicologiche complesse.

Figura — L’albero dendritico. Insieme delle ramificazioni attraverso cui un neurone riceve e integra segnali provenienti da altre cellule. Rami differenti possono contribuire a elaborazioni locali relativamente indipendenti prima di influenzare la risposta complessiva del neurone. Elaborazione grafica a scopo divulgativo.

Un cervello che predice e regola il corpo

L’alternativa proposta dall’autrice parte dal cervello predittivo. Il cervello non aspetta passivamente che il mondo gli consegni dati completi: sulla base dell’esperienza passata formula anticipazioni sulle cause dei segnali sensoriali e prepara le azioni più probabili. La predizione, in questo quadro, non è una previsione cosciente del futuro. È il modo ordinario con cui il sistema nervoso riduce l’ambiguità di informazioni frammentarie e rumorose. Ciò che percepiamo emerge dall’incontro tra segnali provenienti dal mondo e dal corpo e ipotesi continuamente aggiornate. Quando le informazioni non corrispondono alle attese, il cervello può correggere la previsione, modificare l’azione o cercare altri dati.
Questa impostazione cambia il modo di pensare la percezione. Vedere un volto come arrabbiato non equivale a fotografare una proprietà già presente nei suoi muscoli: significa attribuire significato a movimenti ambigui utilizzando il contesto e ciò che abbiamo appreso in situazioni simili. Per questo la stessa espressione può essere interpretata diversamente se appare durante una lite, una gara sportiva o uno sforzo fisico. L’esperienza passata non è un archivio consultato dopo la percezione; partecipa alla percezione stessa. Il cervello costruisce la migliore spiegazione disponibile di ciò che sta accadendo, generalmente con tale rapidità da farci apparire il risultato come immediato e oggettivo.
La predizione serve soprattutto a guidare l’azione e a mantenere l’organismo in condizioni compatibili con la vita. Barrett chiama «bilancio corporeo» la gestione di risorse come glucosio, ossigeno, acqua, temperatura, sonno e attività immunitaria. Il termine più preciso è allostasi: il corpo non attende semplicemente che un valore si alteri per riportarlo alla norma, ma anticipa i bisogni e distribuisce energia prima che l’azione abbia luogo. Alzarsi, discutere, correre o affrontare una riunione impegnativa richiede preparazioni corporee differenti. Il cervello coordina tali regolazioni in modo predittivo, decidendo dove investire e dove risparmiare risorse.
Da qui deriva la centralità dell’interocezione, cioè l’insieme dei processi con cui il sistema nervoso rileva, integra e interpreta i segnali interni del corpo. Battito, respiro, temperatura, tensione viscerale e disponibilità energetica non giungono alla coscienza come misurazioni precise; contribuiscono piuttosto a un senso generale di attivazione e piacevolezza o spiacevolezza. Barrett distingue questo affetto di base dalle emozioni categoriali. Sentirsi agitati e sgradevolmente attivati non equivale ancora, di per sé, a provare «rabbia» o «paura»: la categoria emotiva emerge quando quelle sensazioni vengono comprese alla luce di una situazione e di concetti appresi (Barrett & Simmons, 2015; Barrett, 2017).
Questa distinzione è uno dei passaggi più fecondi del libro. Stanchezza, fame, febbre, debito di sonno o sovraccarico possono modificare l’affetto e, con esso, le interpretazioni disponibili. Una sensazione corporea spiacevole può essere attribuita a una persona, a un compito o a un pericolo, anche quando le sue cause sono molteplici. Barrett non sostiene che ogni emozione sia soltanto un errore di attribuzione, né che il corpo determini meccanicamente ciò che proviamo. Mostra piuttosto che la regolazione corporea costituisce una parte continua dell’esperienza mentale e che separare nettamente «fisico» e «psicologico» rischia di oscurare il processo reale.

Concetti, parole e categorizzazione

Per trasformare segnali variabili in eventi dotati di significato, il cervello categorizza. Una categoria non è, per Barrett, una scatola rigida nella quale inserire esperienze già definite, è piuttosto un insieme flessibile di casi appresi che consente di trattare come simili situazioni differenti quando ciò è utile per agire. Il concetto di «rabbia», per esempio, raccoglie episodi che possono avere volti, intensità e comportamenti molto diversi. In una circostanza la rabbia prepara al confronto, in un’altra al silenzio, in un’altra ancora a scrivere una protesta formale. È il contesto a rendere funzionale un caso particolare della categoria.
Le parole hanno un ruolo decisivo perché permettono di collegare esperienze eterogenee e di apprendere categorie che non sarebbero ricavabili da una semplice somiglianza visiva. Dare un nome a uno stato non si limita a descriverlo dopo che è comparso: contribuisce a organizzare l’esperienza e a rendere disponibili determinate interpretazioni. Gli esperimenti mostrano che l’accesso alle parole emotive può influenzare il modo in cui vengono percepiti i volti (Gendron et al., 2012). Ciò non implica che il linguaggio crei dal nulla la fisiologia o cancelli la realtà, ma che offre al cervello strumenti con cui attribuire significato a sensazioni e situazioni ambigue.
La categorizzazione introduce anche la cultura nella teoria senza opporla alla biologia. Tutti gli esseri umani possiedono corpi che devono essere regolati, ma apprendono repertori concettuali diversi per interpretare l’affetto e coordinarsi con gli altri. L’apprendimento si manifesta in forme diverse: alcune lingue distinguono esperienze che altre riuniscono sotto un’unica parola; alcune comunità attribuiscono particolare rilevanza a stati emotivi che altrove passano quasi inosservati. Le differenze culturali non dimostrano che le emozioni siano finzioni prive di una base reale. Ogni esperienza emotiva coinvolge processi corporei e cerebrali comuni alla specie umana. Tuttavia, questi processi non vengono necessariamente interpretati e organizzati nello stesso modo in tutte le società: parole, concetti, norme e pratiche culturali contribuiscono a stabilire quali esperienze vengano riconosciute come emozioni, come siano distinte tra loro e quali comportamenti siano considerati appropriati. La biologia pone dunque alcuni vincoli fondamentali: gli esseri umani sperimentano piacere e disagio, rilevano cambiamenti interni ed esterni, si preparano all’azione e rispondono a minacce, perdite, conflitti e opportunità. La cultura contribuisce invece a organizzare queste risposte, attribuendo forma e significato alle esperienze che emergono entro tali vincoli.
Barrett parla in questo senso di realtà sociale. Denaro, confini, ruoli professionali e molte categorie emotive esistono perché gruppi di persone condividono concetti, norme e pratiche che producono conseguenze reali. Un’etichetta orienta aspettative, ricordi e risposte. Definire una reazione «insubordinazione», «franchezza» o «preoccupazione» non cambia retroattivamente i fatti osservabili, ma inserisce quei fatti in cornici diverse. Il libro costringe così il lettore a riconoscere quanto spesso scambiamo le categorie con cui organizziamo il mondo per caratteristiche naturali, evidenti e universali del mondo stesso.
Da questa impostazione deriva il tema della granularità emotiva: la capacità di costruire distinzioni precise tra esperienze che altrimenti verrebbero raccolte sotto etichette generiche come «sto male» o «sono stressato». Granularità non significa moltiplicare parole raffinate per esibire introspezione, ma disporre di concetti abbastanza differenziati da orientare azioni diverse. Frustrazione, timore, vergogna, delusione e sovraccarico possono essere percepiti tutti come stati spiacevoli, ma indicano esperienze diverse e richiedono interventi differenti Una persona frustrata può aver bisogno di rimuovere un ostacolo; chi prova timore, di ricevere informazioni o rassicurazioni; chi si vergogna, di potersi esprimere senza sentirsi giudicato; chi è deluso, di rivedere aspettative disattese; chi è sovraccarico, di ridefinire priorità e carico di lavoro. Riconoscere soltanto che qualcuno “sta male” non basta, quindi, per comprendere ciò che accade né per scegliere una risposta adeguata. Ampliare e rendere più flessibile il proprio repertorio concettuale può quindi aumentare le alternative con cui il cervello dà significato all’esperienza.

Che cosa significa dire che le emozioni sono costruite

Il termine «costruite» è facile da fraintendere. Non significa che le emozioni siano immaginarie, false o scelte deliberatamente. Un mal di testa è reale anche se non corrisponde a un unico pattern fisiologico; allo stesso modo, un episodio di paura è reale per chi lo vive e può produrre conseguenze osservabili senza possedere un’essenza universale. La costruzione avviene per lo più senza consapevolezza, attraverso processi rapidi che combinano predizioni, interocezione, situazione e concetti. Non possiamo decidere a comando di non provare ciò che proviamo, così come non possiamo scegliere liberamente di vedere una macchia di colore senza ricondurla agli oggetti che conosciamo.
La teoria attribuisce tuttavia un peso notevole all’apprendimento. Ogni esperienza contribuisce, in misura piccola e non lineare, al repertorio con cui verranno interpretati eventi futuri. Le abitudini del corpo, le relazioni, il linguaggio e gli ambienti sociali alimentano le previsioni disponibili. La responsabilità che Barrett intravede non coincide quindi con la colpa per un’emozione involontaria: riguarda la possibilità, sempre limitata, di modificare nel tempo le condizioni e le esperienze da cui il cervello apprende. Dormire, cambiare contesto, acquisire nuovi concetti o esercitare modi diversi di descrivere un problema non garantisce un’emozione desiderata, ma può ampliare le possibilità future.
Di conseguenza anche il rapporto tra emozione e razionalità viene riformulato. Se il cervello predice, regola il corpo e costruisce significati in ogni momento, non esiste un decisore puramente razionale al quale le emozioni si aggiungono come interferenze occasionali. Sensazioni corporee, valori, memoria e concetti partecipano alla definizione di ciò che appare rilevante, rischioso o conveniente. Questo non rende tutte le decisioni emotive equivalenti né elimina la necessità di prove e procedure; rende però meno plausibile l’immagine di una ragione disincarnata che dovrebbe semplicemente dominare impulsi provenienti da un sistema separato.

Perché questo libro interessa a chi guida progetti

Un progetto è un ambiente ad alta densità di previsioni: scadenze, dipendenze, interessi divergenti, informazioni incomplete e continui aggiornamenti. La prospettiva di Barrett invita a considerare questa incertezza anche nella sua dimensione umana. Le persone non reagiscono soltanto ai fatti presenti, ma al significato che attribuiscono loro attraverso esperienza, sensazioni corporee e concetti appresi. Alcuni esempi mostrano perché questa teoria può interessare chi guida progetti, senza trasformarla in un modello operativo che il libro non presenta.


Predizione: lo stesso segnale può generare aspettative diverse
Se un project manager convoca una riunione straordinaria soltanto quando esistono problemi gravi, l’invito può generare allarme prima ancora che ne venga spiegato il motivo. Se brevi revisioni non programmate sono invece una pratica abituale, la stessa convocazione verrà interpretata come un aggiornamento. Il segnale è identico; cambia la previsione costruita attraverso l’esperienza precedente. Roadmap, ruoli e decisioni documentate non eliminano l’incertezza, ma rendono più leggibile il contesto e riducono gli spazi che ciascuno deve colmare con supposizioni.


Interocezione: una sensazione non contiene già la sua spiegazione
Prima di una presentazione al comitato guida, accelerazione cardiaca, tensione e disagio possono essere interpretati come paura di fallire, irritazione verso il cliente oppure eccitazione per una sfida importante. La sensazione è reale, ma il suo significato dipende anche dalla situazione e dalle categorie disponibili. In una riunione, il project manager che avverte irritazione davanti alle domande di un collega potrebbe considerare, prima di attribuirgli intenzioni ostili, anche il peso della stanchezza, della pressione temporale o del timore per l’esito dell’incontro. Questa verifica non garantisce la lettura corretta, ma rende meno automatico il passaggio da uno stato corporeo a un giudizio sulla persona.

Categorizzazione: descrivere non equivale a etichettare
Nei progetti attribuiamo rapidamente categorie a persone e situazioni: «il cliente è irrazionale», «il collega è demotivato», «il team resiste al cambiamento». Queste espressioni possono sembrare descrizioni neutrali, ma contengono già un’interpretazione. Dire che «nelle ultime tre riunioni il collega non ha proposto alternative e ha consegnato due attività in ritardo» separa invece i fatti osservabili dalle possibili spiegazioni. La demotivazione rimane un’ipotesi, insieme al sovraccarico, alla mancanza di informazioni, al disaccordo o a un problema personale. Il vantaggio non consiste nell’evitare ogni valutazione, ma nel non trasformare prematuramente una categoria in una proprietà stabile dell’individuo.

Granularità emotiva: oltre la formula «il team è stressato»
Anche un’etichetta apparentemente innocua come «stress» può riunire esperienze differenti. Il gruppo potrebbe essere sovraccarico, incerto sulle priorità, frustrato da dipendenze esterne, preoccupato per la valutazione del cliente oppure deluso da una decisione. Queste condizioni condividono una tonalità spiacevole, ma non suggeriscono la stessa risposta: ridurre il carico non risolve un conflitto sui criteri, così come una riunione motivazionale non chiarisce un requisito ambiguo. Un linguaggio più preciso non trasforma il project manager in terapeuta; permette semplicemente di formulare domande più informative e di evitare soluzioni indistinte per problemi diversi.
I quattro esempi convergono in una cautela generale: declassare l’intuizione da certezza a ipotesi. Al posto di «vedo che sei arrabbiato», può essere più accurato dire: «Ho notato che sei intervenuto meno del solito: c’è qualcosa nel piano che ti preoccupa?». La prima formula impone una categoria; la seconda parte da un comportamento osservabile e apre spazio alla verifica. Non si rinuncia a valutare comportamenti e risultati, ma si distingue ciò che è stato osservato da ciò che è stato inferito.
Questi collegamenti costituiscono applicazioni ragionate della teoria di Barrett, non risultati sperimentali presentati nel libro. La recensione si limita quindi ad aprire alcune domande: in che modo aspettative, condizioni corporee e parole influenzano la vita di un progetto? Quali interpretazioni trattiamo come fatti? Lo sviluppo sistematico delle pratiche di leadership, decisione e governance richiede una trattazione distinta e basi empiriche specifiche.


Un libro ambizioso, da leggere con spirito critico


Il principale punto di forza del libro è la capacità di intrecciare neuroscienze, psicologia, antropologia e vita quotidiana in un’argomentazione accessibile. Barrett rende intuitivi processi complessi attraverso esempi memorabili: un volto isolato che cambia significato quando compare il corpo, una sensazione fisica interpretata diversamente secondo la situazione, una parola che rende percepibile una distinzione prima assente. Il lettore non riceve soltanto una nuova definizione di emozione; viene condotto a dubitare dell’apparente trasparenza con cui crede di leggere sé stesso e gli altri.
Il volume è particolarmente efficace quando mostra che una stessa emozione può manifestarsi in modi differenti e che una medesima espressione facciale può assumere significati diversi. Un volto accigliato non indica necessariamente rabbia: può accompagnare concentrazione, disagio, confusione o una reazione alla luce. Per comprendere ciò che una persona prova non basta isolare i movimenti del viso; occorre considerarne parole, comportamento, situazione e storia. Questa variabilità invita alla prudenza sia nelle impressioni quotidiane sia nelle tecnologie che pretendono di dedurre automaticamente stati emotivi dai volti (Barrett et al., 2019; Le Mau et al., 2021).
L’ambizione è anche il limite dell’opera. In quasi settecento pagine dell’edizione italiana, la tesi viene ribadita più volte e alcune escursioni — dalla medicina alla giustizia, fino alla mente animale — allontanano dal filo principale. Il tono brillante e polemico rende la lettura coinvolgente, ma può presentare il cambiamento di paradigma come più definitivo di quanto un lettore non specialista sia in grado di verificare. La teoria delle emozioni costruite è influente e sostenuta da un ampio programma di ricerca, ma non esaurisce il dibattito contemporaneo sulla natura delle emozioni.
Predizione, interocezione e categorizzazione restano costrutti teorici aperti alla verifica, alla precisazione e alla revisione. È inoltre importante distinguere gli stati emotivi, i concetti con cui li descriviamo e le esperienze coscienti che ne abbiamo: livelli collegati, ma non perfettamente sovrapponibili (Adolphs, 2017). Questa cautela non indebolisce il libro; aiuta a leggerlo per ciò che è, cioè una proposta scientifica ambiziosa che organizza molti dati e genera nuove domande, non una verità conclusiva destinata a sostituire un dogma con un altro.
Una seconda cautela riguarda il rapporto con il project management. Barrett non dimostra che una determinata pratica di governance migliori le prestazioni perché riduce l’incertezza predittiva o modifica l’interocezione. I collegamenti proposti in questa recensione sono interpretazioni plausibili, non risultati sperimentali presentati nel libro. Conviene usarli come lenti per formulare domande e osservare diversamente il lavoro dei gruppi, lasciando a una trattazione specifica la valutazione delle pratiche organizzative e delle relative evidenze.


La mia opinione in sintesi


Come sono fatte le emozioni è un libro impegnativo, ambizioso e talvolta ripetitivo, ma capace di modificare il modo in cui interpretiamo noi stessi e gli altri. Il suo contributo più incisivo non consiste nell’affermare che le emozioni «non esistono», bensì nel mostrare che esistono come eventi variabili costruiti da cervelli corporei, predittivi e sociali. Affetto, interocezione, concetti e contesto non sono aggiunte periferiche a un’emozione già pronta: partecipano alla sua formazione.
Per chi guida progetti, la lezione più utile è una cautela. Ciò che crediamo di leggere immediatamente in un volto, in un tono di voce o in un comportamento è spesso un’interpretazione prodotta attraverso esperienza e aspettative. Da qui deriva il passaggio da una leadership che etichetta a una leadership che indaga: partire dai fatti osservabili, formulare domande e considerare spiegazioni alternative prima di trasformare un’impressione in una caratteristica stabile della persona.
Il libro invita così a vedere un gruppo non come una semplice somma di personalità, ma come un contesto dinamico nel quale corpi, parole, memorie, ruoli e previsioni si influenzano reciprocamente. Il project manager non può controllare questo sistema né decidere che cosa gli altri debbano provare. Può però evitare letture troppo sicure e contribuire a rendere il contesto più comprensibile. È forse questo il valore maggiore del volume: non fornire ricette, ma rendere meno automatiche le interpretazioni e più accurate le domande con cui affrontiamo persone, decisioni e conflitti.

Riferimenti scientifici essenziali
Adolphs, R. (2017). How should neuroscience study emotions? By distinguishing emotion states, concepts, and experiences. Social Cognitive and Affective Neuroscience, 12(1), 24–31. https://doi.org/10.1093/scan/nsw153
Barrett, L. F. (2017). The theory of constructed emotion: An active inference account of interoception and categorization. Social Cognitive and Affective Neuroscience, 12(1), 1–23. https://doi.org/10.1093/scan/nsw154
Barrett, L. F., Adolphs, R., Marsella, S., Martinez, A. M., & Pollak, S. D. (2019). Emotional expressions reconsidered: Challenges to inferring emotion from human facial movements. Psychological Science in the Public Interest, 20(1), 1–68. https://doi.org/10.1177/1529100619832930
Barrett, L. F., & Simmons, W. K. (2015). Interoceptive predictions in the brain. Nature Reviews Neuroscience, 16(7), 419–429. https://doi.org/10.1038/nrn3950
Gendron, M., Lindquist, K. A., Barsalou, L. W., & Barrett, L. F. (2012). Emotion words shape emotion percepts. Emotion, 12(2), 314–325. https://doi.org/10.1037/a0026007
LeDoux, J. (2016). Ansia. Come il cervello ci aiuta a capirla (G. Guerriero, Trad.). Raffaello Cortina Editore. (Opera originale pubblicata nel 2015)
Le Mau, T., Hoemann, K., Lyons, S. H., Fugate, J. M. B., Brown, E. N., Gendron, M., & Barrett, L. F. (2021). Professional actors demonstrate variability, not stereotypical expressions, when portraying emotional states in photographs. Nature Communications, 12, 5037. https://doi.org/10.1038/s41467-021-25352-6
Noguchi, A., Terada, S., Zakka, G. N., O’Toole, C., Reynolds, L., Land, M. A., Rózsa, B. J., St-Pierre, F., & Losonczy, A. (2026). Parallel independent voltage computing along dendrites of CA3 pyramidal neurons. Science, 393(6808), 306–312. https://doi.org/10.1126/science.aeh9302
Siegel, E. H., Sands, M. K., Van den Noortgate, W., Condon, P., Chang, Y., Dy, J., Quigley, K. S., & Barrett, L. F. (2018). Emotion fingerprints or emotion populations? A meta-analytic investigation of autonomic features of emotion categories. Psychological Bulletin, 144(4), 343–393. https://doi.org/10.1037/bul0000128

Giacomo Franco, PMP®, ha guidato il PMI-SIC da presidente per 6 anni e ora è Responsabile Comitato Ricerca e Innovazione. È sempre alla ricerca di quanto dello studio della mente possa aiutare gli essere umani ad affrontare e risolvere i problemi, specialmente nell’ambito lavorativo. Ideatore del progetto MindlaB. Ama l’IA, le neuroscienze e il Coaching.

CONDIVIDI SUI SOCIAL 

Facebook
Twitter
LinkedIn

Altre news della stessa categoria

PROSSIMI EVENTI

Calendario
Lun
Mar
Mer
Gio
Ven
Sab
Dom
l
m
m
g
v
s
d
27
28
29
30
31
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31
1
2
3
4
5
6

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

Sarai informato settimanalmente sulle nostre attività e riceverai il magazine SIC DIXIT.