Gianni Previdi

Gianni Previdi opera nel campo del management & information technology dagli anni Ottanta. Dopo aver fondato e diretto società di consulenza ora mette a disposizione la sua esperienza in qualità di formatore, mentor e coach sui processi d’innovazione, trasformazione digitale e organizzativa, ispirandosi sempre ai principi della semplicità e della centralità della persona. Attualmente componente del gruppo di gestione AQ e del Comitato di indirizzo di CLEMI (Corso di laurea in Economia e Marketing Internazionale – Dipartimento di Economia, Università di Modena-Reggio Emilia), trainer della Scuola di Palo Alto di Milano, Fondazione Aldino Valeriani di Bologna (Confindustria Emila-Area Centro) e altre business school.

Autore di diverse pubblicazioni, le più recenti: “Innovazione è una disubbidienza che genera valore”, goWare – 2024; “Il dilemma dell’Homo Sapiens 3.0”, goWare – 2023.



Intervento per il Forum PM 2025:
Il pensiero critico nel dialogo con l’AI

Assistiamo continuamente a lamenti tecno-autistici Vs esaltazioni tecno-barocche sui “super poteri” delle AI. Entrambe interpretazioni ingenue quanto superficiali.

Intanto dobbiamo chiederci: di quali “intelligenze” stiamo parlando ontologicamente? Perché l’AI ci turba così in profondità a differenza dei processi di metabolizzazione sociale delle tecnologie precedenti? Non è che rischiamo di agitarci stupidamente in una “ruota del criceto” da noi stessi creata?

Constatare che la “macchina” è un sistema di fatto deterministico che lavora sulla combinazione algoritmica di simboli sul piano logico-statistico-sintattico, lo sanno anche i sassi. 

Cosa diversa è invece comprendere che gli effetti della “macchina” sull’uomo non sono deterministici…ma qui si passa alla dimensione antropologica. Ed è quello che ci interessa comprendere. Tali effetti sono già oggi visibili dalla notte dei tempi: l’umano crea artefatti tecnologici e questi plasmano l’umano.

Se prima l’umano ha iniziato a porre fuori da sé le funzioni fisiche proprie del suo corpo, ora l’umano ha iniziato a porre fuori da sé le funzioni che qualcuno arriva a dire “cognitive”: cambia il paradigma. 

Urge dunque attivare il pensiero critico nel relazionarsi con le tecnologie di questa portata, per non rimanere anestetizzati di fronte alle evoluzioni tecnologiche, per disegnare forme di esperienza e di sapere che elevino la nostra “temperatura culturale” nel dialogo con l’AI, per cogliere il lato positivo del “pharmakon” platonico, per generare significati nel fare innovazione di valore (nel business e nel sociale).

Con saggezza e visione possiamo ripensare le organizzazioni (processi, funzioni e progetti) supportate dalla proficua simbiosi umano-AI, dove è la persona la protagonista consapevole dell’”ultimo miglio” nei processi creativi e decisionali. 

Parafrasando Le Goff: la prerogativa dell’uomo è di inventare nuove macchine, per poi usarle e capirne le implicazioni secondo la mentalità delle epoche precedenti. E se così fosse ancora una volta sarebbe un guaio.

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