SIC Book Review - Giugno 2021 - “The subtle art of not giving a f*ck”, di Mark Manson - Recensione a cura di Gilberto Specchiarello

SIC Book Review Giugno 2021“The subtle art of not giving a f*ck”, di Mark Manson

di Gilberto Specchiarello, PMP®, componente del Comitato Editoriale di SIC DIXIT

Il libro che ho voluto recensire forse non è poi così legato a tematiche di project management, ma credo che, a suo modo, contiene molti spunti di riflessione che possono essere traslati tranquillamente nella nostra vita professionale.

Ma cerchiamo di partire con ordine.

Eviterei di fare la traduzione in italiano del titolo, non perché sia volgare, piuttosto per non perdere il senso che l’autore ha voluto trasmettere e che è quello del “dare importanza o no” alle cose (appunto give or don’t give a f*ck).

Il principio è che nella vita non possiamo dare importanza a tutto, è come se avessimo un certo numero di “colpi da sparare” (di f*ck to give appunto) e per questo dobbiamo saper bene scegliere su cosa soffermarci e su cosa no.

Lo scopo finale del “don’t give a f*ck” non è tanto l’essere “indifferenti a tutte le cose” quanto “stare bene” col fatto che limitano il numero delle cose a cui noi diamo importanza; invece di seguire molteplici priorità, dobbiamo essere selettivi e semplificare il numero delle cose che vogliamo perseguire.

Fin qua sembra il solito libro di auto-aiuto, ma non è così!

Nel libro l’autore affronta diversi temi, raccontando a volte delle sue esperienze personali, a volte quelle di personaggi più o meno famosi, per farci capire meglio la sua tesi del don’t give a f*ck.

Vi voglio illustrare qualcuno di questi.

happiness is a problem

I problemi esistono. Non è che scegliendo di “ignorarli” essi scompaiono o cessano di affliggerci.

Al contrario, una vita sempre felice non esiste, e sperare di avere una vita senza problemi oltre che un’illusione è un’esperienza negativa.

Dobbiamo imparare a capire che non esiste una zona di comfort in cui possiamo rinchiuderci e sperare che nessuno venga a disturbarci. Più siamo pronti ad accarezzare l’idea che la zona di comfort non è impenetrabile, più saremo indifferenti al fatto che problemi dietro problemi, dietro altri problemi, entreranno a disturbarci.

Non esiste per esempio un lavoro “felice” dove la giornata si svolge senza “problemi” e non possiamo dire di non essere felici sul nostro posto di lavoro perché abbiamo dei problemi da risolvere.

La felicita è generata dalla risoluzione dei problemi. La parola chiave è dunque “risolvere”.

Se stiamo cercando di evitare problemi, o crediamo di non avere alcun problema rischiamo di essere prima o poi delusi.

you are not special

Crediamo che la vita mette a dura prova solo noi o che solo noi abbiamo dovuto affrontare certe paure.

Spesso ci siamo chiesti: «Perché mi è capitata questa cosa?»

Non è certo perché siamo “speciali” che abbiamo problemi da risolvere. Fanno parte della vita di tutti. Che ci crediate o no, danno un senso alla vita stessa e danno importanza alle cose che facciamo.

Bisogna piuttosto saper accettare le responsabilità che derivano dalle situazioni, evitando di trovare inutili scuse o cercando di incolpare qualcun altro.

Professionalmente mi è capitato il problema di un guasto nel sistema antincendio in un impianto di trattamento gas (con relativo rischio di fermo della produzione per ovvi motivi di sicurezza).

All’inizio mi sono chiesto perché doveva capitare proprio a me questa cosa, oppure perché l’azienda non mi aveva assegnato a un impianto meglio manutenzionato. Ho anche reagito cercato di capire di chi fosse la colpa, quasi che una volta trovato il responsabile, il sistema si sarebbe riparato da solo. Alla fine ho capito che mia responsabilità era risolvere il problema e non giraci attorno.

Guardando oggi quello che mi è successo, trovo sia stata una tra le esperienze più formanti che abbia avuto finora.

you are always choosing

L’autore afferma che non possiamo controllare l’ambiente esterno ma possiamo controllare la nostra reazione, sulla base delle responsabilità che vogliamo prendere.

Possiamo dare o non dare importanza a un qualcosa, sapendo che, qualsiasi sia la scelta, ce ne assumiamo le responsabilità.

Nel libro fa l’esempio del trovare una culla con un bambino fuori dalla porta di casa. È un problema che sicuramente non ci aspettavamo ma che dobbiamo affrontare. Possiamo risolverlo in diversi modi, trai quali dare il pargolo in pasto a un dobermann (è scritto proprio così)! Un esempio un po’ forte che chiarisce come effettivamente possiamo fare la scelta che vogliamo, tenendo in considerazione le responsabilità che ne derivano.

È per questo che bisogna utilizzare dei valori su cui fondare la nostra esperienza affinché risulti un qualcosa di positivo e non, al contrario, un’esperienza negativa.

Dare importanza (give a f*ck) ai buoni valori come l’onestà, il rispetto di se stessi, la curiosità, l’umiltà, la creatività e così via, è il modo migliore per guardare alle scelte di tutti i giorni.

...and then you die

Scegliere dei valori che vanno al di là di noi stessi è il modo di farsi ricordare quando non saremo più sul “carrozzone” (per dirla alla Renato Zero).

Quando ricordiamo una persona importante per noi, non pensiamo certo a che macchina possedeva o quanto lussuosa fosse la casa in cui abitava, piuttosto ricordiamo i suoi consigli o gli insegnamenti che ci ha voluto lasciare.

E ricordarci che un giorno non saremo di questo mondo ci invita a scegliere bene la priorità delle cose cui vogliamo dare importanza o meno nella nostra vita.

Crediamo di avere sempre un tempo infinito a disposizione e un infinito numero di f*ck da dare, ma non è così, e ce ne accorgiamo a volte quando la morte ci colpisce da vicino, scoprendo che avremmo potuto impiegare diversamente il tempo.

Spetta dunque a noi non sprecare i nostri pochi f*ck dietro cose irrilevanti; fermiamoci e riflettiamo: ha senso dare importanza o no a questa cosa, quali valori sto seguendo, sono consapevole delle responsabilità che comporta.

Da quando ho letto il libro mi sforzo spesso di fare questo esercizio per liberare la mia vita dalle cose banali.

Un’ultima parola sul libro

Se si giudica dal solo titolo, si può avere l’impressione che tratti di argomenti vaghi e in maniera superficiale; devo dire che non è così. L’autore va abbastanza in profondità: scrive in maniera semplice, senza tanta filosofia e con esempi pratici anche alquanto forti (come quello del dobermann).

Ho potuto trattare solo alcuni dei concetti espressi nel libro; spero però di avervi incuriosito.

Gilberto Specchiarello

 

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