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SIC Book Review Edizione 2022 – Marzo – Il pensiero giapponese – A cura di Francesco Spadera

Il pensiero giapponese, di Le Yen Mai
Recensione a cura di Francesco Spadera

Il pensiero giapponese” di Le Yen Mai è un viaggio. Un viaggio meraviglioso nei meandri più profondi dello spirito del Sol Levante. Un viaggio nello spazio e nel tempo, di quindici tappe, nella Kyoto degli imperatori, la “città dai mille templi”.

È un viaggio particolare, perché come guide e compagni l’autrice ci propone quindici parole. Wabi Sabi, Kaizen, Hanafubuki, Omoiyari, Kintsuki, Nintai, Itadakimasu, sono solo alcune di esse, una parte dei quindici percorsi spirituali che Le Yen Mai ci dà la possibilità di percorrere senza lasciare, almeno fisicamente, la nostra stanza.

La prima tappa è il Wabi Sabi, l’elogio dell’imperfezione: l’idea che nulla è eterno e che ogni cosa è incompiuta. Dobbiamo soltanto allenarci ad accorgercene e accettarlo. E non appena ci riusciamo, se ci riusciamo, abbiamo la strada spianata per adattarci con maggiore prontezza ai cambiamenti che la vita ci impone. Per convivere con l’imperfezione e contemplarla finalmente come la più grande bellezza del mondo. Ed è altrettanto importante comprendere che accettare che qualcosa possa avvenire al di fuori del nostro controllo non significa rassegnarsi. Vuol dire, piuttosto, incoraggiarci ad andare avanti nonostante ciò che accade intorno a noi. Come fa la natura.

Seconda tappa: il kaizen. Termine giapponese, che molti sicuramente conoscono, viene generalmente tradotto in italiano con l’espressione “miglioramento continuo”. Un miglioramento fatto di tanti piccoli passi e i cui risultati cominciano a vedersi poco per volta ma che, proprio per questo motivo, hanno la proprietà di essere sostenibili, ovvero duraturi nel tempo. Qui sta il segreto di questa “parolina”. Toshio, altro compagno di viaggio, spiega a Le Yen Mai perché a Kyoto ci sono tante panetterie. Ottime panetterie. Perché i Giapponesi hanno saputo fare proprio il concetto di kaizen: apprendimento attraverso la pratica, selezione dei migliori modelli da imitare e implementazione per un miglioramento continuo degli stessi. In poche parole: studiare, imitare, migliorare. Che non è una copia di qualcosa di preesistente ma un’evoluzione che parte da un modello base in essere per arrivare a risultati sempre più importanti in una continua tensione alla perfezione. Una perfezione che non è un punto di arrivo ma un modo di essere. Piccoli passi, uno dopo l’altro, che non termineranno mai.

Terza tappa: sakura e hanafubuki. I sakura sono i boccioli di ciliegio. In Giappone rappresentano una forma di spiritualità, che non è religione, ma espressione dell’individuo come parte di un tutto e che fa del finito e dell’infinito due facce della stessa medaglia. Nella società contemporanea si parla ormai da un po’ di progetti complessi, delle interazioni come definizione dell’individuo stesso. Interazioni che si accompagnano a un cambiamento continuo, che spaventa per l’incertezza di quello che non si conosce. I sakura e la loro meravigliosa danza nel vento, hanafubuki, rappresentano l’essere umano come parte del tutto e descrivono, attraverso la bellezza del momento, l’ineluttabilità e, allo stesso tempo, l’opportunità del cambiamento. La natura insegna che non dobbiamo avere paura di cambiare, fa parte della nostra esistenza. Come gioia e dolore. La vita farà comunque il suo corso. Noi possiamo essere presenti al momento, oppure rinchiuderci nelle nostre paure e attendere che il tempo passi.
Sta a noi decidere.

Kintsugi. Un aggiustatutto per l’anima, fa luce sulla famosa arte giapponese del riparare gli oggetti rotti con l’oro. Dietro il gesto c’è una metafora, c’è spiritualità. Il kintsugi è una metafora da applicare alla vita reale per guarire le ferite dell’anima e dare risalto alle cicatrici che ci portiamo addosso riempiendole d’oro, affinché brillino e diventino le fessure dalle quali far scaturire nuova forza, nuova energia. […]
La fragilità è utile alla crescita e non deve spaventarci.
Le esperienze dolorose sono espedienti per il rafforzamento dell’anima: non ci indeboliscono, bensì, se comprese e assimilate a fondo, ci valorizzano, rendendoci unici e preziosi, proprio come l’oro che ripristina l’interezza del vaso frantumato o un segno sulla pelle che rende particolare e riconoscibile un corpo.

E il viaggio metaforico continua tra i luoghi del pensiero e dell’anima che le parole del libro raccontano e ci mostrano. E che lasciamo scoprire a chi vorrà continuare a esplorare Kyoto.

Perché la scelta di questo testo? Perché questo viaggio tra parole e immagini del Sol Levante? “Per pensare ci vogliono le parole. Tu puoi pensare limitatamente alle parole che conosci”, dice Galimberti. E se riflettiamo attentamente, un Paese (il Giappone), che appare così lontano con la sua cultura, i suoi modi, le sue usanze, la sua filosofia di vita, tanto lontano alla fine non è né dal nostro quotidiano personale né da quello professionale. Un esempio?

Come ben evidenzia in uno dei suoi commenti al libro l’amico e collega Enrico Viceconte, Deming, col suo celeberrimo ciclo PDCA (Plan, Do, Check, Act), si muove nel solco di Taylor, che vede il lavoro produttivo come un campo di ricerca (Genba, dicono i giapponesi) e applica una forma di standardizzazione del lavoro di miglioramento e di crescita delle competenze di processo. La cultura giapponese, propensa al sincretismo, ha accolto con grande rispetto, disponibilità e disciplina il management scientifico, sviluppando ulteriori perfezionamenti che vanno oltre Deming, come quello del lean thinking. Lo stesso concetto di kaizen, in ogni azienda è un mix di metodo scientifico occidentale e disciplina giapponese. Applicando il modello di Edgar Schein di “cultura aziendale” (ma potremmo estenderlo alla cultura di un Paese), la cultura giapponese ha accolto da quella americana il concetto del miglioramento continuo dei processi di produzione e l’ha implementato operativamente, grazie ad alcuni valori fortemente interiorizzati da millenni: il rispetto per l’interlocutore (ovvero il cliente) e la disciplina nell’apprendimento continuo.

Buona lettura!

 

Francesco Spadera, attualmente COO e Responsabile per l’Industrializzazione e lo Sviluppo di Prodotti innovativi per la Business Unit di un’azienda che si occupa di realizzare impianti nel settore delle Energie Rinnovabili. Per anni ha lavorato come Project Manager in progetti internazionali nel settore Oil & Gas. Coordinatore della Commissione di Project Management dell’Ordine degli Ingegneri di Salerno. Consulente e docente di change management, project management e lean production. Socio e volontario del PMI. Direttore Aggiunto del Board e Responsabile Programma Eventi del PMI Southern Italy Chapter. Ha focalizzato negli ultimi anni il suo impegno nello sviluppo del potenziale umano nell’ambito dei team di progetto e nello studio delle neuroscienze applicate alla gestione contesti progettuali.

 

 

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